"IN QUESTA CASA...TUTTE DEVONO ESSERE AMICHE" (C 4,7)

 LA FRATERNITÀ COME AMICIZIA NEL CARMELO TERESIANO

 

«Qui c’è tutta la vita carmelitana!». Scavando nei miei ricordi, rinvengo queste parole, che nette e sicure, mi arrivarono dritte al cuore: le pronunciò una giovane monaca mentre mi mostrava l’icona della scena evangelica di Giovanni con il capo reclinato sul petto di Gesù durante l’ultima cena. Aveva ripreso con lo stile delle icone l’immagine classica intitolata: in amicizia Jesu Christi. Giovane e in attesa di una parola decisiva del Signore su quale sarebbe stata la strada della mia vita, quella scena mi rimase scolpita dentro e la colorai con tutta la poesia del caso: mi figuravo la carmelitana costantemente in ascolto dei desideri più silenziosi e nascosti del cuore di Dio, in un’intimità senza pari, quella di due amici ai quali basta uno sguardo per capirsi e sostenersi. Così iniziava il mio viaggio su quello strano monte che si chiama Carmelo. Profondamente attratta dal canto fermo eremitico dell’armonia carmelitana e dal nascondimento che sembrava offrire, non mi preoccupai del contrappunto fraterno, per il quale mi sentivo fin troppo portata. Ho sempre cercato la verità in un rapporto diretto con il Signore, non condizionato o inquinato dallo sguardo degli altri che può rendermi schiava ed insicura: vivere per Lui solo è quello che ho desiderato e desidero. Mezzo ovvio e sicuramente idoneo mi era sembrata la solitudine, la lontananza dal mondo che amavo tanto e che per questo mi aveva così incoraggiata e riamata, la separazione dalle persone per le quali avevo fino ad ora vissuto e lavorato con intensità e passione. Le mie aspettative furono però immediatamente deluse, quando mi resi conto che tutto andava esattamente capovolto: in una comunità così ristretta nel numero delle persone che la compongono e nello spazio che occupa, come è quella carmelitana, i riflettori erano spesso puntati su di me, tanto più che la novità che io costituivo li richiamava e che io stessa, proprio perché all’inizio, li sentivo addosso più di quanto non lo fossero realmente. Le prime reazioni a questa scoperta furono di soffocamento e di insuperabilità di questo scoglio: «Finirò per pensare solo a come guadagnarmi la stima delle sorelle…sarò preoccupata più dell’apparire che dell’essere..». A questi pensieri vaganti, rispondeva una flebile voce interiore: «Fidati! Se questa è la strada percorsa da tante sante prima di te, vale la pena , almeno, di provarci!». A poco a poco, come quando al mare, prima di tuffarsi, ci si bagna per “assaggiare” la temperatura dell’acqua, presi il largo e mi feci coinvolgere da questa grande avventura. Iniziai a fare alcune fondamentali scoperte. Sentivo che non sarei riuscita ad affrontare quel viaggio da sola, che avrei avuto veramente bisogno del sostegno e dell’amicizia di chi camminava al mio fianco o davanti a me. I distacchi, le prime esperienze di fallimento e di aridità portate insieme si facevano più leggere: in certi momenti anche solo uno sguardo benevolo, un sorriso che dica: «Siamo sulla stessa barca», è come un bicchiere di acqua fresca nel deserto. D’altro canto mi ritrovai così incapace di volere bene veramente, da dubitare del mio amore per il Signore Gesù, perché spesso mi ripetevo le parole di S. Giovanni: «Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4, 20). Queste prime esperienze mi aiutarono a capire che la mia piccola comunità, ogni singola sorella, erano la porzione di umanità, regalatami dal Signore, perché me ne prendessi cura come avrei voluto curare ed amare Lui. La nostra vita è talmente povera e “concentrata” che permette la semplicità di dialoghi personali diretti, senza veli o cerimonie, come in una vera famiglia. S. Teresa ha voluto che fossimo tutte amiche e che lo stile della fraternità immediata e alla portata di tutte spingesse a conoscerci realmente, per quello che siamo. Mi accorsi allora della scritta che incorniciava l’icona di Gesù e Giovanni: Hoc est preceptum meum: ut diligatis invicem sicut dilexit vos, e di come il significato della mia vocazione andava approfondendosi.

Ogni giorno facevo una scoperta nuova; a volte le sorelle mi parevano perfino esagerate nel sollevarmi o nel venire incontro ai miei desideri, anche perché non ero abituata a certe delicatezze: nel mondo farebbero sorridere, tanto siamo distratti e ruvidi. Imparai invece ad apprezzare il fiore che trovavo in cella o nel mio posto a refettorio, nel giorno del mio compleanno o in un anniversario, le intenzioni di preghiera per i miei cari, le sorelle che mi avvicinavano per chiedermi se mi sentivo stanca, cosa mi preoccupava, ecc.

Quello che mi entusiasmò di più fu scoprire la bellezza della condivisione: la vita fianco a fianco faceva nascere la confidenza e, come in ogni amicizia, sgorgava in una comunione anche interiore. L’amore che ci aveva riunite e che celebravamo ogni giorno nell’Eucarestia, ci portava alla conoscenza reciproca e profonda: gli scambi di esperienze, di cammini di preghiera e di esistenza, nei colloqui personali, sono sempre stati regali attesi, anche se totalmente gratuiti e momenti da costruire insieme con impegno e costanza. Sentivo che nello spazio che l’altra mi lasciava in sé, attraverso il suo ascolto e il suo incoraggiamento, potevo rispecchiarmi, conoscermi veramente e che amare equivaleva ad amare l’Altro: l’amore a Dio e l’amore al prossimo, infatti, costituiscono un unico comandamento e nella relazione soltanto possiamo costruire la nostra identità. Quando si fanno queste esperienza si sente davvero che la vita si rinnova. Gesù parla infatti di «comandamento nuovo» nel senso che si vive una vera e propria novità. Si giunge perfino a ricevere in dono la beatitudine di gioire della felicità dell’altro più che della propria, tanto i legami si stringono. In questo senso si vive il paradosso dell’amore: ritrovare se stessi perdendosi, attraverso la pienezza di vita che viene solo dal dono autentico di sé.

Ma l’istantanea più espressiva della comunità la scatteremo senz’altro durante una ricreazione; qui l’allegria, la simpatia, la leggerezza sono quasi sempre di casa; ognuna si racconta in quello che la giornata le ha fatto incontrare, condivide le sofferenze e le gioie che le sono state affidate in parlatorio, oppure scherza, ascolta e fa di tutto per “ricreare” le sorelle. Non per niente S. Teresa, che andava molto fiera delle ricreazione delle sue figlie, invitò S. Giovanni della Croce, piuttosto serio e penitente, o conoscerne lo stile di semplicità e di gioia fraterna. Nei giorni di festa sono ancor più esuberanti e si arricchisco di suoni, canti, giochi, scenette e teatri, che non avendo un’utilità subito riscontrabile, anzi superflui in se stessi, sono il di più dell’amore, la sovrabbondanza che contraddistingue chi si vuole bene. Tutto ciò potrebbe sembrare una perdita di tempo o una distrazione per chi desidera il raccoglimento e la preghiera, ma questa dimensione, così carica di umanità, promuove autenticamente la ricostruzione della persona in tutti i suoi aspetti, tra i quali, il saper fare festa, il gioire con gli altri, il ridere di sé, non sono certo scontati.

Non c’è mai stato bisogno che la Madre Priora mi ripetesse due volte l’invito a esprimere il mio parere o a condividere le mie riflessioni negli incontri comunitari settimanali: ancora oggi mi coinvolgono a tal punto che il più delle volte devo invece frenarmi. Questi sono i momenti in cui esaminiamo la nostra vita, narriamo la nostra interiorità e la nostra preghiera, prendiamo le decisioni importanti per la comunità. Il cuore, in senso biblico, della fraternità si sente pulsare in questi scambi davvero fecondi, in cui cerchiamo di discernere per l’oggi la via del Vangelo e di S. Teresa. Anche qui si tocca con mano che la verità si fa camminando, non è una meta fissa cui giungere, ma porta in sé un dinamismo vitale: la storia di ognuna, le diverse prospettive, lo spirito di conversione che ci anima, contribuiscono a segnare un percorso, una rotta che inevitabilmente poi subirà modifiche, cambi di orizzonte, allargamenti. Lo stile stesso di questi incontri è stato più volte riveduto, oggetto di verifica e di studio attento.

Insieme a queste scoperte arrivò anche l’ora della sofferenza e dell’incomprensione, causate dalla diversità, non sempre accolta come ricchezza, dai conflitti generazionali, dalle spigolosità non ancora perfettamente smussate, dai detriti che il fiume della vita ha accumulato nella storia di ognuna. A volte si tratta di semplici malintesi che bruciano di più nel silenzio e nell’asprezza del brullo monte Carmelo, altre volte le tensioni riaprono ferite profonde non facilmente sanabili. In questi momenti, più che in altri, divenni consapevole che l’amicizia autentica porta in sé una dimensione di solitudine, un forte richiamo a scendere in profondità per incontrare chi ci ama e può insegnarci l’amore gratuito. La solitudine non era più un isolamento cercato per costruire il mio mondo chiuso e perfetto di finta contemplazione, ma era fare esperienza della purificazione del cuore, perché potesse nascere in me un’autentica capacità di ascoltare ed accogliere. Era finalmente vivere una presenza. Capii che solo chi è sceso in profondità nella propria solitudine e vi ha incontrato Dio è veramente capace di comunione anche con gli uomini.

Amare senza ritorno era la mia vocazione più vera e si stava realizzando nell’abbassamento, per fare grandi gli altri (cfr. Sl 18, 36), che le mie sorelle mi avevano insegnato durante le numerose riconciliazioni che seguivano le “burrasche”, le impazienze, gli scontri dello stare insieme. «Possiamo chiarirci?», in queste parole c’era già la richiesta di perdono, la disponibilità a ritornare nella pace interiore della nostra preghiera personale e comunitaria.

Un cammino che continua: questa è la bellissima immagine della vita spirituale che ci ha lasciato S. Teresa, la Santa camminante. Ma il Carmelo, questo monte bizzarro, a un certo punto si rovescia e per giungere alla meta bisogna imparare a scendere, invece che a salire, bisogna continuare a camminare, ma in profondità più che in estensione. L’icona dell’ultima cena, infatti, ora si apriva e appariva nella sua completezza: il Signore voleva mostrarmi l’immagine suprema dell’amore, la lavanda dei piedi. La riviviamo ogni anno il giovedì santo: la Madre si cinge di un asciugatoio e compie questo umile gesto, non funzionale perché non ce ne è bisogno in senso stretto, ma dalla cui accoglienza dipende l’avere parte insieme della salvezza donata da Gesù. Lasciarsi lavare i piedi significa accettare di essere amati, di ricevere il dono d’amore dell’altro. Effettivamente ci presentiamo in coro per farne memoria, già lavate e profumate al pari degli apostoli purificati dalla Parola ascoltata( cfr. Gv 13,10: «voi siete mondi»), ma sui nostri piedi come sui loro, a contatto con la terra, si è depositata solo un po’ di polvere. Per chi vive l’itineranza è una polvere strutturale, si attacca subito non appena ci si mette in cammino e i nostri piedi sono per questo bisognosi di cura, di purificazione. Il Signore, la sorella, si china su di noi, perché certe polveri abitudinarie, non si mostrano volentieri se non a chi si abbassa davanti a noi; bisogna accostare umilmente e con comprensione certe debolezze che impacciano il cammino e non se ne vanno neanche con gli anni., e farlo gli uni agli altri. Dopo tanto tempo trascorso insieme conosciamo reciprocamente i nostri limiti, le nostre povertà, ma non per questo ci sediamo a rassegnarci o etichettarci: la lavanda dei piedi ci invita a lottare con le armi dell’amore, a sorridere amabilmente di quelle piccole cose che , se esasperate, renderebbero la vita impossibile. È proprio il gesto di chi condivide interamente la vita!

«Ecco dove dovete mostrare alle sorelle i vostri sentimenti e la vostra compassione: quando scoprite in loro qualche difetto, se è notorio, dovete affliggervene grandemente, dimostrare ed esercitare il vostro amore sopportandolo senza scandalizzarvi: così faranno le altre con i vostri difetti, forse assai più numerosi, benché da voi non conosciuti. Intanto raccomandatele a Dio e procurate di esercitare con ogni possibile perfezione la virtù contraria alla mancanza che avete osservata»[1].

Così la Nostra Santa Madre ci ammonisce ed incarna nella vita l’icona della lavanda dei piedi, affinché l’amicizia non rimanga un ideale, ma scenda nel concreto dell’esistenza. Le occasioni nella quotidianità non mancano e la comunità si edifica con piccoli gesti, chicchi di grano, nascosti a marcite nella terra, perché portino frutto: allora forse anteponiamo gli altri a noi stessi e la morte genera la vita.

«Altro bel modo di mostrare affetto è togliere alle sorelle e prendere per sé quanto vi è di più faticoso negli uffici di casa, come pure rallegrarsi e ringraziare il Signore nel vederle progredire in virtù». Il vero martirio, quello che forse qualcuna di noi ha sognato abbracciando la vita monastica, consiste nel vivere la gratuità nella relazione con Dio e con gli altri. Proprio su questo perno fondamentale ruota la costruzione esistenziale, la peculiare incarnazione del Vangelo che S. Teresa volle lasciare in eredità alle sue figlie, affidando loro uno specifico stile di vita. L’amore a Dio e l’amore al prossimo sono, nel Carmelo, le due rotaie parallele dell’unica strada ferrata e , come nel Vangelo, si sperimentano indissolubilmente saldate. I due poli in tensione su cui si concentra la giornata della carmelitana, le due ore di orazione, la mattina e la sera, e le due ore di ricreazione, dopo pranzo e dopo cena, si richiamano e si sostengono vicendevolmente. Questa è la grande sfida di Teresa: vivere nella nostra carne il paradosso del cristianesimo, che tiene insieme realtà apparentemente opposte come cielo e terra, Dio e uomo, spirito e carne. La follia della croce del resto ama congiungere questi estremi e il cristiano, la carmelitana, abbraccia lo spirito delle beatitudini solo rimanendo in questa santa tensione. “Comunità contemplative”, “eremite insieme”, non è forse un ossimoro quello che tentiamo di assumere?

Tutto trova il suo senso nella volontà di S .Teresa di mettere al centro la relazione: l’interiorità non è luogo di isolamento, ma di comunione e dialogo, dove prima di tutto l’uomo ascolta una Parola, si trova a tu per tu con Dio per ascoltarne la voce, per vivere «un intimo rapporto di amicizia, uno stare insieme frequente, da solo a solo con Colui da cui sappiamo di essere amati» [2]; lo stesso amore di amicizia, che Gesù ha scelto nel Vangelo per testimoniare l’esperienza della carità tra i discepoli, cuore della vita cristiana: « Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici […] vi ho chiamati amici perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15, 12-13.15). È la condivisione dell’interiorità, vertice e manifestazione dell’amore di amicizia, che consente all’identità personale di ridefinirsi e crescere nella relazione: a questo livello si instaura un vero e proprio scambio, una vera e propria reciprocità.

Il vuoto creato dalla nostra costitutiva incapacità ad amare riesce ad accogliere la gratuita misericordia divina che inonda il nostro cuore, quando, seguendo il moto interiore, viscerale, che ci spinge verso la sorella, siamo rese capaci di riversare su di lei la nostra amicizia lacunosa e povera, ma impreziosita e purificata dall’incontro con Dio.

«Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto sul suo conto»[3]. Queste le toccanti parole scelte da don Milani per sigillare il suo testamento. Con onestà, credo che la carmelitana potrebbe paradossalmente ripeterle davanti ad ogni sorella e, in lei, ad ogni uomo.

 
sr Maria Manuela dell'Incarnazione


[1] S.Teresa di Gesù, Opere, C 7, 7, 574, Postulazione generale O.C.D., Roma 1992

[2] Ibd, V 8, 5, 95.

[3] Lettere di don Lorenzo Dilani Priore di Barbiana, 284, A.Mondadori Editore, Milano 1988

 

 

 

 

 

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