ATTIRAMI, CORRIAMO

 

 

Quando ero in ricerca vocazionale, avvertivo crescere dentro di me il desiderio e l’attrazione per la preghiera, intuivo che il Signore mi chiamava a “ritirarmi con Lui in disparte” e questo sarebbe stato il mio modo di servire i fratelli. Vivevo una forte esperienza ecclesiale nell’impegno in Parrocchia, in Diocesi e nell’Associazionismo laicale, le mie giornate erano piene, tante le iniziative e i contatti, ma restavo sempre con la sensazione che mi mancasse qualcosa: la pienezza. Mi accorgevo anche, ogni giorno di più, che tutti i desideri di bene si confrontavano o scontravano inevitabilmente con i condizionamenti personali e altrui, che le iniziative più belle e efficaci nascondevano sempre un aspetto di impotenza e di limite, che in fondo ai cuori può giungere solo il Signore.

Dopo aver vissuto una ricca e intensa esperienza di servizio iniziai a sentirmi attratta dalla bellezza di una vita di preghiera in cui vivere solo per Lui e in cui non avrei avuto altro limite di dono a Lui e agli altri se non quello derivante dalla mia disponibilità ad essere pienamente accogliente della sua grazia per giungere a quella profondità e pienezza di dono a cui anelavo. Così, nonostante la mia debolezza, in Lui, e attraverso Lui, , per sola sua grazia, sarei potuta giungere a tutti, a profondità e intensità umanamente irraggiungibili. Si delineava all’orizzonte la vita contemplativa. Temevo però di vivere una forma di fuga o di egoismo. Dovevo capire e avere conferma che non andavo chiudendomi in me stessa in cerca di sicurezza o santità personale. La mia più cara amica “rincarò la dose” dicendomi: «Tu vuoi andare in Monastero, ma in fondo lì vivrai in un mondo protetto, non sarai a contatto diretto con le povertà del mondo, come potrai fare del bene? Come potrai testimoniare la tua fede? Non ti mancherà il contatto con le realtà ecclesiali a cui tieni tanto?».

Mi portavo dentro anche questi interrogativi ai quali sentivo di dover dare una risposta, la mia risposta vitale, esistenziale. Ciò che intravedevo e desideravo era desiderio del Signore o illusione mia? E la Chiesa cosa pensava a riguardo? La vita contemplativa era “cosa di altri tempi” o parte viva nel Corpo di Cristo? Mi immersi nella preghiera, nella lettura dei documenti della Chiesa, nel confronto col confessore,. Era in gioco anche l’immagine di Dio che avevo ricevuto per educazione e che stava diventando “il mio Dio”. Perché Lui ha “bisogno” della preghiera degli uni a favore degli altri? Perché si compiace che alcuni gli dedichino totalmente la vita facendosi da parte? E la mia verità quale è? Chi cerco, cosa cerco veramente? Postami in desideroso ascolto iniziai anche ad accostare le varie spiritualità. La Chiesa, riguardo alla vita contemplativa parlava di ricerca di Dio solo e di misteriosa fecondità apostolica (PC 7) ero in ricerca di una forma concreta di incarnare tutto questo, quella che più rispondesse alle esigenze che mi portavo dentro, che mi permettesse il dono più totale e mi facesse sentire di vivere nella e per la Chiesa, per il mondo intero.

Accostai anche il Carmelo, sapevo che il Monastero in Diocesi era avvertito come un punto vivo, che le monache partecipavano profondamente alla vita della Chiesa e questo mi piacque molto. Nei colloqui che seguirono in parlatorio cercai di conoscere e approfondire la spiritualità carmelitana che mi attirava sempre di più. L’ideale contemplativo-apostolico fu uno degli aspetti che più fece breccia e mi attirò. Mi colpì tantissimo il modo con cui Teresa e il Carmelo vivono e presentano questa duplice dimensione: ricerca di una profonda unione con Dio e chiarezza del fine apostolico e missionario della vita contemplativa. Leggere in Teresa «il giorno in cui le vostre preghiere non fossero per la Chiesa…non avreste raggiunto il vostro scopo…» (C 3, 10) «il mondo è in fiamme, e noi ci perdiamo ancora in cose da poco…»(C 1, 5) mi confermavano e stimolavano. Avevo trovato ciò che cercavo.

Poco prima di entrare in Monastero, un sacerdote amico mi salutò così: «Andrai alle radici dell’umanità!» Allora non compresi cosa significasse, ma poi  ho capito. Ho compreso esistenzialmente che la vita a contatto stretto con la Parola, con se stessi, con i fratelli, conduce alle profondità del cuore, lì dove conosci profondamente in te stessa l’animo umano e ti scopri unita e solidale con tutti. Vivere con il Signore a queste profondità è la forma con cui vieni veramente a contatto con la povertà e la ricchezza dell’uomo e, dal Monastero sei missionaria. É vivere le parole di Paolo « Completo nella mia carne ..a favore del suo corpo che è la Chiesa». Nel cammino degli anni l’intuizione iniziale si è chiarita e approfondita, alla scuola di Teresa, di Giovanni, di Teresina, di Elisabetta e di tutti i santi del Carmelo il mio cuore è stato educato all’interiorità, a passare dal voler compiere opere per gli altri: preghiere, sacrifici, “esortazioni”, a comprendere che la dimensione più efficace per fare qualcosa per gli altri è quella dell’essere. Ho compreso che la preghiera per i fratelli non sono “le preghiere” fatte, ma “la  “preghiera” che è vita, che è relazione di amicizia con il Signore, quella relazione che inevitabilmente tende a cambiarti il cuore a sua immagine e che diventa per la comunione che tutti ci lega, la forma più efficace di apostolato. Dice Teresa « se sarete tali da…»( C 3, 5).

E’ la scelta che al suo tempo ha fatto Teresa, in un momento in cui il mondo «era in fiamme», lei che ha sentito profondamente le vicende della Chiesa e del mondo del suo tempo, ha seguito la via della contemplazione, non perchè costretta dalla condizione della donna nel ‘500, ma cosciente del valore anche apostolico di una vita totalmente aperta alla grazia di Dio. É la scoperta di Teresina descritta alla fine del manoscritto C «Attiraci, correremo». Giorno dopo giorno andavo imparando anche che il crescere nell’unione con il Signore porta inevitabilmente al sentire sempre più come propria la sua ansia per la salvezza di tutti, a vivere ogni  istante a tu per tu con Lui, non sentendomi mai sola, bensì in compagnia di tanti, di tutta la Chiesa, del mondo intero. Nella fede fai esperienza della realtà che è la comunione dei santi, per cui ciò che sei e fai non resta chiuso fra quattro mura, ma giunge ai confini del mondo.

Anche Giovanni della Croce mi è stato di grande aiuto in tal senso. In fondo tutta la sua attenzione è diretta alla formazione del cuore che si lascia attrarre, educare, trasformare, fino a diventare amore e a rispondere amore all’amore ricevuto da Dio. Giovanni mi diceva che questo non era ripiegamento narcisistico su se stessi, ma partecipazione all’opera salvifica di Dio: «è più prezioso e vale di più per la Chiesa un solo atto di puro amore» ( C B 28, 2). É anche la scoperta di Teresina che voleva essere tutto e scoprì nella lettura di S. Paolo la sua vocazione: essere l’amore. Essere l’amore implica un cammino di profonda conversione che faccia uscire dal proprio egocentrismo per aprirsi costantemente all’Altro, all’altro. La dimensione della vita comunitaria è stata determinante in tal senso.

Al Carmelo si vivono rapporti fraterni molto stretti e l’esigenza di «essere tutte amiche, tutte volersi bene» (C 4, 7)è ricchezza incalcolabile e aiuto formidabile per vivere la conoscenza di sé e il comandamento dell’amore. Scrive Teresa: « Per me la volontà di Dio non consiste che in due cose:nell’amore di Dio e del prossimo….» (V M 3, 7) In occasione della Professione il vescovo mi scrisse: «vivi l’amore fraterno nella tua comunità, come voleva S.Teresa, perché dove non c’è amore non c’è nulla, nemmeno Dio. Voi comunicate Dio amore attraverso il vostro amore fraterno… la vita contemplativa è la più grande opera che si possa fare per il Regno di Dio».Teresa ha pensato i suoi Monasteri come scuole di relazione. Formare alla preghiera e alla Comunità per lei è la stessa cosa. É un messaggio fortemente ecclesiale. Nel monastero vivo in piccolo l’essere Chiesa: vivo il dono e l’accoglienza del dono. Cresco e mi sviluppo come persona grazie alla relazione con le sorelle, cresco nella fede e nella risposta vocazionale grazie anche alla fede e al cammino delle sorelle. Questo è essere Chiesa, la Comunità dei credenti, che so e credo alimenta la fede dei suoi membri e viene edificata dall’apporto di ciascuno.

Nella consapevolezza della mia debolezza ho fatto esperienza di una profondissima solidarietà con i fratelli, ho compreso che veramente «non avevo lasciato i ladri fuori di casa, ma li avevo chiusi dentro» (C 10, 1). Ho compreso che i sentimenti e le cose che nel mondo generano guerre, rivalità, mancanza di amore le porto dentro il mio cuore, può cambiare la grandezza esterna del modo di concretizzarlo, ma non cambia il punto di partenza e l’intensità. So che contribuirò alla concordia fra i popoli se vivrò all’interno del mio Monastero la dimensione della fraternità e della carità autentica. La mia preghiera per la pace, per il sostegno nella fede sarà efficace se sarà resa vera da una vita coerente. Ho compreso la preghiera di Teresina «Signore rimandateci giustificati». In tutti questi anni di Monastero non ho mai provato un senso di inutilità, “lavorando” su me stessa, ero cosciente di “lavorare” per il mondo «benchè chiusa in solitudine» (C 3, 5).

Questa, ho scoperto è la mia forma di missionarietà: offrire al Signore un cuore in costante ascolto della sua Parola, che si lasci convertire dal suo amore, per essere, grazie alla comunione del suo Corpo, fermento di conversione e di amore. É una ricerca non tanto di santità personale, ma di santità comunitaria, ecclesiale. Tutti noi battezzati abbiamo a cuore l’avvento del Regno e ciascuno di noi, secondo la propria vocazione vi contribuisce, in Monastero operiamo nascoste, ma “la battaglia” è la stessa, solo è combattuta a livelli diversi. Elisabetta della Trinità voleva essere come una coppa che accogliesse l’abbondanza della sua grazia e la lasciasse poi traboccare sul mondo. Soprattutto chiedeva di essere «una umanità aggiunta nella quale Lui rinnovasse tutto il suo mistero» (Elevazione alla S.S.Trinità). Lasciare che Lui riviva in me la sua vita vuol dire partecipare al suo mistero pasquale, vuol dire sentire come proprie le vicende della Chiesa che è il Corpo di Lui, vuol dire arrivare, in Lui, fino ai confini della terra. I Santi del Carmelo non fanno che sottolineare l’inevitabile fine apostolico della vita al Carmelo. Diceva Teresa«non pensate a voi stesse… cosa mi interessa passare qualche tempo in purgatorio se con le mie preghiere posso salvare un’anima?»(C 3, 6) «Pur di salvare un’anima avrei sacrificato mille volte la vita» (C 1, 2). Oltre a questa dimensione nascosta c’è un ulteriore modo di vivere la missionarietà, è quello di essere un segno visibile che annuncia con il suo stesso essere che l’amore di Dio è al di sopra di tutto, che “Dio solo basta”, che è bello seguirlo ed è bello farlo insieme. Fra i carismi della Chiesa questo è il nostro posto. L’invito costante di Teresa all’autenticità della vita è sempre un richiamo a rendere efficace e credibile questo segno. Continuamente facciamo esperienza che ciò che viviamo, l’amore scambievole in cui cerchiamo di vivere, traspare al di là delle parole. Più di una volta ci siamo sentite dire in parlatorio: “si vede che vi volete bene” e vediamo crescere il numero delle persone che partecipano con noi alla preghiera liturgica perché hanno gustato il clima di preghiera e fatto esperienza di una Comunità che prega e che li aiuta a pregare.

Questo diventa anche un “servizio” ecclesiale: offrire spazi e momenti di silenzio, di preghiera personale o in compagnia di una comunità che prega. Vivere la dimensione ecclesiale è crescere anche grazie al cammino fatto nella Chiesa e con la Chiesa, è lasciarsi guidare dal suo magistero, seguire i suggerimenti e il cammino che ci indica anche riguardo al nostro specifico carisma.

Ad esempio una forma concreta è stata  per noi l’esserci unite in Associazione con altri Monasteri proprio per rispondere all’invito della Chiesa che si prende cura delle singole vocazioni. Vivere la dimensione ecclesiale è anche sentire come proprie le attese, le speranze, le fatiche della Chiesa, partecipare alla sua vita, alla vita della propria Diocesi, della propria parrocchia, ma anche condividere la vita, le ansie dei singoli sacerdoti, missionari, laici. É sempre una grande ricchezza per noi quando possiamo incontrarli al Monastero, quando celebrano con noi l’Eucarestia o ci rendono partecipi delle loro fatiche apostoliche, dei loro progetti, delle meraviglie che compie la Grazia del Signore. Questi momenti di fraternità diventano stimolo ad intensificare la nostra risposta all’Amore.  Noi doniamo il sostegno della nostra vita di preghiera e della nostra fraternità e riceviamo tantissimo in sostegno, esempio, aiuto. Tocchiamo con mano la bellezza dell’essere membra dell’unico Corpo del Signore, la  ricchezza delle varie vocazioni.

La vita nel Carmelo è separata dal mondo, ma per essere più immersa nel mondo. Può esserci il rischio di ripiegamento su se stessi e di isolamento dalla vita concreta dei fratelli, ma se c’è quella profonda ricerca della verità tanto cara a Teresa e un sincero desiderio di risposta all’amore del Signore incontrato  nella relazione amicale della preghiera e dell’amore fraterno, ogni giorno il cuore si aprirà sempre più ad accogliere in sè le gioie, le ansie, le angosce dei fratelli, a farsene carico e ad offrirsi con Gesù per la salvezza del mondo.

 

Una monaca professa del monastero Regina Carmeli

 

 

 

 

 

 

 

 

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