SANTA TERESA SI RACCONTA E SCRIVE AI GIOVANI

IO, TERESA DI GESÙ

 


Il mio nome è Teresa Sanchez de Cepeda y Ahumada, per tutti la grande, la santa, dottore della Chiesa, mistica e fondatrice, maestra degli spirituali…ma preferirei di gran lunga presentarmi come la peccatrice mille volte perdonata!

Vi prego, per amor di Dio, di tener sempre presente, ascoltandomi, che la mia vita fu molto cattiva, tanto che fra i santi convertiti non ne ho trovato uno peggiore di me. Dopo che furono chiamati da Dio, essi non l'offesero più, mentre io ho continuato a peggiorare, facendo pure il possibile, a quanto mi sembra, per resistere alle grazie che Dio mi faceva per non essere obbligata a servirlo con maggior perfezione, comprendendo benissimo di non essere neppur capace di soddisfare al minimo di quanto già gli dovevo. Il Signore mi ha aspettata per tanto tempo ed è proprio della sua pazienza con me, della sua grande misericordia, del suo perdono, che vorrei raccontarvi stasera!

Dimenticavo: mi conoscono anche come Andariega, un appellativo, per la verità, non troppo simpatico per una monaca, soprattutto del mio secolo! Viaggiatrice, mai ferma, sempre in cammino…non ho una casa, ehm…per la verità abito in un castello: spero che un giorno, possiate visitarlo anche voi…

 

Possiamo considerare la nostra anima come un castello fatto di un sol diamante o di un tersissimo cristallo, nel quale vi siano molte mansioni, come molte ve ne sono in cielo…Del resto, sorelle, se ci pensiamo bene, che cos'è l'anima del giusto se non un paradiso, dove il Signore dice di prendere le sue delizie? E allora come sarà la stanza in cui si diletta un Re così potente, così saggio, così puro, così pieno di ricchezze? No, non vi è nulla che possa paragonarsi alla grande bellezza di un'anima e alla sua immensa capacità! Il nostro intelletto, per acuto che sia, non arriverà mai a comprenderla, come non potrà mai comprendere Dio, alla cui immagine e somiglianza noi siamo stati creati. (1M 1,1)

 

Sono nata ad Avila, in Spagna, nel 1515, sesta di 12 fratelli, da una famiglia di mercanti, abbastanza agiata. La società del mio tempo imponeva il culto della honra, ossia dell’onore, riguardo ai titoli nobiliari e a determinate norme comportamentali … qualcosa di simile alla corsa assurda e sfrenata, senza regole di oggi alla carriera e al successo. Così mio padre, uomo esigente e austero, continuò il cammino intrapreso da mio nonno, per cancellare il disonore delle nostre radici ebraiche e conquistarsi un titolo nobiliare. Dissipò in questa vertiginosa ascesa gran parte delle sue risorse umane ed economiche, senza grandi risultati.

 

Risuonano ancora nel mio cuore le parole di me bambina: «Voglio vedere Dio!» che trascinavano anche i miei fratellini nel desiderio che infiammava il mio cuore. Leggendo le vite dei santi e dei martiri infatti prese sempre più vigore in me una sete di eternità: «Vedere Dio per sempre, para siempre, para siempre…».

Ricordo come la mamma ci raccogliesse per la preghiera insieme, ci insegnasse a sperare con fiducia in ogni circostanza e il dolore fortissimo per la sua morte …: ci ha lasciato quando avevo 14 anni e io, nello smarrimento e nel senso di abbandono, chiesi a Maria, la madre di Gesù, di farmi da mamma.

L’adolescenza, la solitudine, la ferita dell’abbandono, la società in cui vivevo ed il mio carattere, decisamente esuberante, mi portarono a voler in qualche modo imitare i personaggi dei romanzi cavallereschi, molto in voga ai miei tempi: mi immedesimavo, come nelle stars di oggi, e il loro fascino mi soggiogava fino a farmi desiderare di essere  appariscente, ammirata, sempre ricercata e stimata nelle compagnie che cercavo, per la verità un po’ frivole,.

Mio padre, un po’ padrone, preoccupato che perdessi tempo e non pensassi alla costruzione del mio futuro, nonché delle critiche dei malpensanti, mi mise in un collegio di suore agostiniane. Lì per lì mi trovai a disagio, dato il salto, ma poi sempre più serena, molto più che nelle mie ultime esperienze: recuperai a poco a poco il profondo desiderio che aveva infiammato la mia infanzia.

Ma questo mi gettò in un altro genere di turbamento: «Non sarà che il Signore mi voglia monaca?».

Lottai un po’ con questo pensiero, ma in realtà la crisi si risolse abbastanza in fretta. Nonostante un’iniziale ripugnanza e l’opposizione di mio padre, vinsero- lo confesso- la paura dell’inferno, la convinzione di potermi conquistare il paradiso, l’amicizia con qualche monaca…motivazioni davvero poco elevate, tanto più che, nel mio tempo, non era strano o eccezionale che una ragazza si chiudesse in monastero.

 

La vera crisi irruppe dopo l’ingresso e la professione dei voti, facendo riemergere ferite vecchie, mai sanate, della mia infanzia. In questo non mi sento molto lontana dall’ esperienza di qualsiasi giovane: tra i 20 e i 40 anni avviene una discesa in noi stessi, la presa di coscienza di chi veramente siamo e desidereremo essere, l’affinarsi della sensibilità interiore, lo stabilizzarsi della personalità…il tutto a prezzo dell’attraversamento di molteplici “notti”, crisi intense, ma feconde ed indispensabili. Ne farete esperienza anche voi…niente di nuovo sotto il sole…la domanda che ho sempre posto al Signore è appunto: «Perché hai messo la mia esperienza così povera e meschina sul candelabro, tanto in evidenza? Perché hai scelto e prediletto proprio me, che non sono meglio degli altri?». Col tempo mi sono fatta questa idea: «Perché tutti, ma proprio tutti potessero rispecchiarsi nella tua vita e, senza sentirsi indegni o esclusi, osassero percorrere la tua strada»…credo che il Signore mi avrebbe risposto così…

Sono sempre stata, questo sì, una persona autentica, sincera con se stessa, con il grande desiderio di cercare la verità.  Per questo fin dall’inizio della mia vita religiosa entrai in un cortocircuito spaventoso: speravo di trovare il vero senso della mia vita nella donazione totale a Dio, ma non riuscivo a realizzarla, non riuscivo a stabilire con Lui un rapporto che mi riempisse, che mi realizzasse davvero.

Mentre la mia vitalità prorompente, l’intelligenza, il bisogno fortissimo di amare ed essere amata, il dono di piacere, di affezionarmi, di innamorarmi, mi spingevano a esprimere la mia ricchezza umana in rapporti di amicizia, in incontri frequenti con persone, che mi stimavano e mi ricambiavano. Parecchi personaggi dell’alta società, amici e parenti si rivolgevano a me e io con tutta la mia passione cercavo di trasmettere loro quello che nemmeno io riuscivo a vivere…

 

Anch'io cominciai a permettermi conversazioni in parlatorio, perché, essendo passate in costume, non credevo che dovessero arrecare alla mia anima tutto il male e le distrazioni di cui con il tempo mi riconobbi vittima. Pensavo che una cosa così comune come quella di avere visite non avrebbe fatto più male a me che alle altre, che pur vedevo tanto buone... Ma non riflettevo che esse erano assai migliori di me, e che quanto era a me di danno ad esse non era che poca cosa. - Tuttavia ne dubito alquanto: se non altro per il tempo che vi si spende inutilmente.

Mentre conversavo con una persona che avevo conosciuto da poco, il Signore si degnò di ammonirmi; e illuminandomi nella mia grande cecità, mi fece intendere che tali amicizie non mi convenivano. Ne presi poi varie altre, trascorrendo in queste ricreazioni pestilenziali molti anni di vita. Alle volte lo vedevo anch'io che non era ben fatto, ma siccome mi trovavo in mezzo, non vi ravvisavo tutto il male che vi era.

Ma nessuna amicizia mi recò tanta dissipazione quanto questa che ho detto, perché vi ero molto attaccata.

 

 

Mi domandavo se l’essere monaca significasse rinunciare alla mia umanità, se il Signore mi chiedesse di smettere di amare le persone e di sentirmi amata, per amare Lui solo.

Riemergevano i bisogni che dalla mia infanzia avevano inciso in me profonde ferite: il bisogno di essere amata, esasperato dall’esperienza dell’abbandono vissuta con la morte della mamma e quello di essere riconosciuta e stimata, reso spasmodico dalle vicende con mio padre e dalla società in cui mi trovavo a vivere, oltre che, naturalmente, dal mio temperamento affettivo.

Così, benché già religiosa, cercavo di colmare queste due voragini, mai elaborate né integrate, rincorrendo l’apprezzamento degli altri e curando esageratamente la mia immagine, lasciandomi sedurre dal richiamo dei legami affettivi.

Vissi per 20 anni in una crisi terribile, una notte da cui non riuscivo ad uscire, la schiavitù della dipendenza da me stessa e dai miei bisogni, somatizzando la mia lotta interiore in molte a gravi malattie.

 

Conducevo una vita infelicissima, perché l'orazione mi faceva meglio vedere le mie colpe. Dio mi chiamava da una parte, e io seguivo il mondo dall'altra. Le cose di Dio mi davano piacere, e non sapevo svincolarmi da quelle del mondo. Insomma, pareva che volessi conciliare questi due nemici, tanto fra loro contrari: la vita dello spirito con i gusti e i passatempi dei sensi. L'ora di orazione mi era divenuta un tormento, perché, facendola io consistere nel raccogliermi nel mio interno, ed avendo lo spirito non più padrone ma schiavo, non potevo rientrare in me stessa senza portare con me tutto il cumulo delle mie miserie.

Passai così molti anni, e mi meraviglio di aver potuto tanto durarla senza mai romperla o con Dio o col mondo. Ma lasciare l'orazione non era più in mio potere, perché mi tratteneva Colui che così voleva favorirmi di altre grazie.

 

 

Anelavo alla libertà per seguire i valori che avevo scelto, ma contando solo sulle mie forze, sulla mia volontà e capacità, non riuscivo ad uscire da questa grave impasse nella mia vita spirituale.

 

 

Pregavo e ricevevo grandi illuminazioni interiori, ma poi il mio comportamento le tradiva, le smentiva: mi sforzavo sinceramente, ma non riuscivo a ricambiare l’amicizia che Gesù mi regalava…arrivai a disperarmi, a non credere più alla misericordia di Dio per me: «Come poteva amarmi così, con tutte le mie crisi, i miei peccati, i miei tradimenti, i miei legami affettivi, le mie tentazioni?». Questo genere di dubbi trova nutrimento e cresce sulle nostre ferite, e non siamo in grado da soli di guarirli…

Tutto questo, lo ripeto per sottolineare la pazienza di Dio, durò per ben 20 anni e mi sfinì totalmente, mi fece sperimentare per bene la mia debolezza: «Da sola non sono buona a nulla!».

 

 

 

O Signore dell'anima mia, come esaltare i favori che in quegli anni mi avete fatto? Mentre più vi offendevo, più Voi mi disponevate con vivissimi pentimenti a ricevere altre grazie e favori. E quello era il castigo più raffinato e penoso che per me potevate adoperare, sapendo Voi, o mio Re, quello che più mi affliggeva. Sì, castigavate i miei peccati con l'abbondanza dei vostri doni!... E non credo con questo di dir pazzie, benché abbia tutti i motivi di divenir pazza, sol che pensi alle mie ingratitudini e malvagità!

Quando cadevo in gravi colpe, mi era più penoso ricevere grazie che castighi.

Fu soltanto per essermi appoggiata ala forte colonna dell’orazione, che passai quasi vent’anni in questo mare in tempesta. Cadevo e mi rialzavo, e mi rialzavo così male che ritornavo a cadere.

Ora, se Dio ha sopportato tanto una creatura così misera come me, per la quale l'orazione è stato il rimedio di ogni male, chi dovrà ancora temere? Per cattivo che possa essere, dopo aver ricevuto le sue grazie non andrà molto che si emenderà. No, nessuno può diffidare dopo aver veduto quanto il Signore ha sopportato me, unicamente perché desideravo e procuravo di trovare tempo e modo per starmene con Lui. E dire che ben lungi d'esservi portata spontaneamente, molte volte dovevo farmi violenza, o meglio me la faceva fare il Signore!

Quanto a coloro che non hanno ancora cominciato io li scongiuro, per amore di Dio, di non privarsi di un tanto bene. Qui non vi è nulla da temere, ma tutto da desiderare. Anche se non facessero progressi, né si sforzassero di essere così perfetti da meritare i favori e le delizie che Dio riserva agli altri, guadagnerebbero sempre con imparare il cammino del cielo; e perseverando essi in questo santo esercizio, ho molta fiducia nella misericordia di quel Dio che nessuno ha mai preso invano per amico, giacché l'orazione mentale non è altro, per me, che un intimo rapporto di amicizia, un frequente intrattenersi in solitudine con Colui dal quale sappiamo d'essere amati.

 

 

 

 

Accadde un giorno, forse perché i miei desideri non erano ancora del tutto spenti, che riuscii ad aprire gli occhi su Gesù, dimenticando per un attimo la mia disperazione per guardare a Lui. Riconosco che fu un regalo Suo, totalmente inatteso. Mi accorsi per la prima volta di una statua dell’Ecce Homo, davanti alla quale probabilmente ero già passata in altri momenti. Avete presente quelle immagini di Gesù sfinito dal dolore, annientato dopo la flagellazione? Quel giorno mi fece un’impressione enorme, perché era come me, lo vedevo distrutto e reietto come lo ero io! Mi sembrava piagato e ferito d’amore, morire d’amore per me! Sì, proprio per me, che in quel momento non meritavo certo il suo sguardo, il suo affetto gratuito.

Desideravo vivere, perché sentivo di non vivere ma di lottare contro un'ombra di morte. E intanto non avevo chi mi desse da vivere, né io potevo procurarmelo.

Ormai la mia anima si sentiva stanca e voleva riposare, ma le sue perverse abitudini glielo impedivano.

Entrando un giorno in oratorio, i miei occhi caddero su una statua che vi era stata messa, in attesa di una solennità che si doveva celebrare in monastero, e per la quale era stata procurata. Raffigurava nostro Signore coperto di piaghe, tanto devota che nel vederla mi sentii tutta commuovere perché rappresentava al vivo quanto Egli aveva sofferto per noi: ebbi tal dolore al pensiero dell'ingratitudine con cui rispondevo a quelle piaghe, che parve mi si spezzasse il cuore. Mi gettai ai suoi piedi in un profluvio di lacrime, supplicandolo a darmi forza per non offenderlo più. Io allora diffidavo molto di me e mettevo ogni fiducia in Dio. E mi pare che gli dicessi che non mi sarei alzata dai suoi piedi, se non mi avesse concesso quello di cui lo pregavo. Certamente Egli mi deve avere ascoltata, perché d'allora in poi mi andai molto migliorando.

Questo era il mio metodo di orazione. Non potendo discorrere con l'intelletto, procuravo di rappresentarmi Gesù Cristo nel mio interno, specialmente in quei tratti della sua vita in cui lo vedevo più solo, e mi pareva di trovarmi meglio. Mi sembrava che, essendo solo ed afflitto, mi avrebbe accolta più facilmente, come persona bisognosa d'aiuto.

 Mi sembra che la mia anima ricevesse da Dio grandi forze. Certo che Egli dovette ascoltare i miei gemiti e muoversi a pietà delle mie lacrime.

 

…Cominciai col sentirmi crescere il desiderio di stare più a lungo con Lui e di togliermi dagli occhi tutte le occasioni cattive, lontana dalle quali mi davo subito ad amare il Signore. Sentivo di amarlo, mi pare: ma non comprendevo ancora, come avrei dovuto, in che cosa consistesse amarlo per davvero.

Non avevo ancor finito di ben risolvermi a servirlo che Egli m'inondava di nuove grazie, lottando quasi con me per dispormi ad accettare quello che altri s'affannano di procurarsi con grandi fatiche.

 

 

In un attimo compresi che l’amore di Dio è gratuito, non è causato da niente, come ogni vero amore, non è un premio a qualcosa che facciamo di bene. Mi fu finalmente chiaro che l’unica cosa che potevo fare, in cui dovevo mettere tutta la mia forza di volontà e il mio coraggio era credere nel suo amore, avvicinarmi di nuovo a Lui con le mie ferite ancora sanguinanti (come le sue!), con i miei allontanamenti e le mie cadute…lasciare che Lui le trasformasse, senza toglierle mai del tutto, nel luogo del mio incontro  Lui e diventassero il Suo dono d’amore per me e per tutti…vincere la tentazione dell’autocondanna così facile e presente in tutti: amarmi nelle mie zone limitate e povere.

È un grande mistero…ma da quel giorno vissi la mia storia, ancora di cadute e risollevamenti, con la particolare audacia data dalla certezza di non viverla da sola, osando continuamente credere che nelle mie miserie e nei peccati Gesù mi cercava e mi amava. Il mio rivolgermi altrove non avrebbe portato da nessuna parte, se non a una grande insoddisfazione, …Lui, nella sua debolezza, avrebbe vinto in me e con me!...Questo è il segreto della mia grande santità!

 

 

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