«La sera di quel giorno…» 

 Sul Vangelo

della seconda domenica

di Pasqua (Gv 20, 19-31)

 

 

«La sera di quel giorno…».

 

Così ha inizio il passo evangelico proclamato nella seconda domenica di Pasqua. Gesù, infatti, non vuole che i suoi trascorrano nemmeno un giorno nella paura, senza pace e senza perdono, e, sebbene le porte della loro casa, come quelle del loro cuore, siano chiuse, strette dal timore, dal dubbio, dal senso di colpa, per aver tradito, abbandonato il loro Signore, si rende visibile in mezzo a loro, dentro il loro turbamento e la loro confusione. L’iniziativa è sempre sua e irrompe inattesa, quando la speranza umana non ha più agganci, quando la ragione non arriva più a spiegare la vita. «Pace a voi!». Prima di ogni accusa, di ogni pentimento, senza attendere i frutti della loro conversione, desidera donarsi gratuitamente, pacificare il loro cuore, quasi a rassicurarli: «Io vi conosco…non sono arrabbiato…Vi perdono tutto!». Vuole che i suoi amici più cari sperimentino la trasformazione della Pasqua, quella che il Padre gli ha donato di vivere sulla croce e vedano, tocchino, la possibilità che ogni dolore, ogni male, muti in vita piena, in occasione di amore vero e pieno. Vuole che anch’essi, assenti sotto la croce, contemplino lo “spettacolo” del Crocifisso e ricevano il dono dello Spirito, Colui che crea comunione, perché insufflato da chi ha vinto in se stesso ogni inimicizia, ogni tradimento.

«Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco». Davvero mirabile che il Risorto porti i segni della Passione e ci tenga a mostrarli ai discepoli. Senza la sofferenza vissuta nell’amore e nell’abbandono al Padre, non ci sarebbe la Pasqua, che essenzialmente è uno sguardo nuovo, libero e trasfigurato, perché interiore e donato dall’Alto, sulle miserie umane, sulla vita povera, sfigurata e sola e di ogni uomo. Vuole che quei segni siano ben visibili e che Tommaso, assente anche questa volta, li possa toccare: sono il canale della Grazia, sono il passaggio dell’amore in tutta la sua vita, il compimento di un’infinità di assensi donati alla volontà del Padre, dall’Incarnazione in poi. Quel suo cosciente e offerto patire e morire, svuotato e denudato di tutto, per amore, è già la vittoria, è già la Pasqua. L’Evangelista Giovanni è sapiente nel mostrare l’interezza del mistero pasquale, per cui nella via crucis contempla un corteo di intronizzazione regale, mentre nelle apparizioni del Risorto evidenzia la carne vilipesa e ferita.

Il mistero è unico e saldato indissolubilmente dalla vita e dalla comprensione della comunità credente nel corso dei secoli. L’esistenza del cristiano sarà infatti sempre segnata dalle due realtà compenetrate, per cui la gioia porterà le stigmate del dolore e la sofferenza sarà trasfigurata da una letizia interiore isperata e umanamente inspiegabile.  Scrive Cirillo di Gerusalemme a proposito del battesimo, figura di morte e di resurrezione: «Nello stesso istante siete morti e siete nati e la stessa onda salutare divenne per voi e sepolcro e madre. […] il tempo per morire è stato il tempo per nascere. L’unico tempo ha causato ambedue le cose, e con la morte ha coinciso la vostra nascita. O nuovo e inaudito genere di cose! Sul piano delle realtà fisiche noi non siamo morti, né sepolti, né crocifissi e neppure risorti. Abbiamo però ripresentato questi eventi nella sfera sacramentale e così da essi è scaturita realmente per noi la salvezza».

Nel buio del sepolcro è avvenuta l’unione, la trasformazione, per cui il Signore ha assunto la morte, quanto di più autentico appartiene alla condizione umana, ha compiuto il mirabile scambio dell’Incarnazione, ha trasformato in pienezza e bellezza l’obbrobrio dell’abbandono, della corruzione, del nulla.

E l’apostolo Tommaso fornisce l’occasione per entrare nella teologia dei segni, della fede che si appoggia sulle realtà concrete, ma per andare oltre, perché non è visione. Proprio Lui con la sua incredulità, con il suo bisogno di contatto materiale, ci introduce alla beatitudine di chi non vede eppure crede, cioè quella di chi, come noi, non è testimone diretto degli eventi della Resurrezione, ma soltanto dei suoi segni: «… beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Il Vangelo è stato scritto proprio per noi, perché attraverso la fede nei segni riportati da quanti erano presenti, riviviamo lo stesso passaggio, e, “toccando”, nel racconto e nella nostra esperienza di vita, le ferite del male e del limite, siamo accompagnati dal Signore a trascendere con lo sguardo rivolto a Lui, la nostra povera e mancante realtà: «Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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