Solennità della santa Croce

NELLA MORTE LA VITA

 

 Letture: Nm 21, 4b-9; Sal 77; Fil 2, 6-11; Gv 3, 13-17


È Festa grande nella nostra Diocesi di Lucca che volge il suo sguardo di fede al Volto Santo e si lascia da Lui guardare. In Lui contempliamo, nell’espressione più alta, il mistero di amore di Dio per noi, il mistero d’amore della nostra Salvezza: Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non vada perduto, ma abbia la vita. Lo contempliamo in un “segno di contraddizione”: uno strumento di morte che è divenuto glorioso. Come può una croce, patibolo riservato agli schiavi e ai malfattori, essere glorioso, essere addirittura fonte di salvezza? La liturgia di oggi ci aiuta ad accostarci a questo mistero, all’amore che ha “spinto” il Padre ha donarci il Figlio e ha fatto sì che il Figlio non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso… diventando simile agli uomini… facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. L’uomo si era allontanato dal Signore e viveva nella schiavitù del peccato, soggetto alla morte, ma il Signore, che lo aveva creato e chiamato alla vita, non lo ha abbandonato e si è fatto Lui stesso sua salvezza. Gli Israeliti nel deserto in balia dei pericoli e dei serpentibrucianti sono il segno della condizione dell’uomo prima della venuta di Gesù. Nel deserto la guarigione dai morsi velenosi venne al popolo dal volgere lo sguardo a un serpente di bronzo che Mosè aveva innalzato sopra un’asta, chiunque lo guardava, restava in vita. Quel serpente innalzato era figura di Cristo che è la nostra vera e definitiva salvezza dalla morte e dal peccato. La guarigione vera viene dal guardare Lui, il Figlio dell’uomo innalzato, perché chiunque crede in Lui abbia la vita eterna. Ecco perché la croce, strumento di morte è potuta diventare gloriosa, perché è stata portata ed “abitata” da Colui che è la vita, da colui che prendendo su di Sé la nostra morte l’ha sconfitta, da Colui che umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte di croce e ha trasformato un patibolo infame in “talamo trono ed altare” come recita un sacro Inno, perché per la sua obbedienza Dio lo esaltò e gli diede un nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché ogni ginocchio si pieghi… e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore. Gesù incarnandosi si è svuotato, si è unito ad ogni uomoe sulla croce, facendosi carico del nostro peccato ha raggiunto gli abissi più profondi della nostra povertà. Nella morte e Resurrezione di Gesù si è consumato il dono totale di Dio per noi. S. Giovanni della Croce scrive che Gesù nel momento del massimo annientamento e abbandono, «compì l’opera più meravigliosa di quante ne avesse compiute in cielo e in terra durante la sua esistenza terrena ricca di miracoli e di prodigi, opera che consiste nell’aver riconciliato e unito a Dio, per grazia e per natura, il genere umano». (II Sal 7,11) E invita ciascuno di noi a non scoraggiarsi nella prova, ma a scoprirvi dentro una preziosa opportunità di somigliare a Gesù. Come è stato per Lui, può essere anche per noi: nell’apparente sconfitta o fallimento, nella sofferenza fisica o del cuore, nelle prove inevitabili che la vita ci riserva, la fede e la speranza ci sostengono, nella certezza che l’amore del Signore fa miracoli attraverso la nostra debolezza e povertà. Se accolte e portate con amore, diventano grazia e bene non solo per noi, ma anche per tutti i fratelli, perché unite alla vita di Gesù. Se partecipiamo infatti alla sua morte, partecipiamo anche alla sua Resurrezione, perché per virtù dello Spirito Santo, la sua vita è ora la nostra vita. Gusteremo allora la gioia di sentirci salvati e faremo l’esperienza che anche le nostre piccole o grandi croci, nella fede e nell’amore possono trasfigurarsi in croci gloriose.

 

 

 

 

 

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